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Il triangolo dell’amore di R. J. Sternberg

Robert J. Sternberg, docente di psicologia a Yale e studioso noto in tutto il mondo, fa un’analisi dell’amore nelle sue tre componenti, che egli crede abbiano un ruolo chiave nella comprensione di tale sentimento. Tali componenti sono l’intimità, la decisione/impegno e la passione. Sternberg ha individuato in queste tre componenti quelle caratteristiche di atemporalità e di transculturalità che fanno sì che l’amore possa essere letto nello stesso modo in ogni tempo e in ogni luogo.

L’intimità, dice Sternberg, comprende almeno dieci elementi:

1. Il desiderio di alimentare il benessere della persona amata

2. Sentirsi felici con la persona amata

3. Tenere in alta considerazione il partner

4. Essere capaci di far affidamento sulla persona amata in tempi di necessità

5. Avere una comprensione reciproca con la persona amata

6. Condividere se stessi e i propri averi con la persona amata

7. Ricevere supporto emozionale dalla persona amata

8. Dare supporto emozionale alla persona amata

9. Comunicare intimamente con la persona amata

10. Valorizzare la persona amata

“L’intimità nasce con l’autorivelazione. Se si vuole arrivare a conoscere meglio qualcuno, è opportuno fargli conoscere qualcosa di se stessi” (Sternberg, 1999). E’ una delle componenti dell’amore, ma il suo processo non è lineare, procede a sbalzi, e noi rischiamo spesso di perderla per la paura di scoprirci e per renderci più autonomi dall’altro. Personalmente credo che intimità e autonomia possano convivere qualora per intimità si intenda la capacità di mostrare all’altro pensieri ed emozioni autentiche, che non implichino giochi psicologici col fine di creare dipendenza affettiva e di manipolare l’altro inducendo questo a fare ciò che noi vogliamo che faccia.

La decisione e l’impegno comprende non solo l’aspetto a breve termine (decidere di amare), ma anche quello a lungo termine (far perdurare quel sentimento). La decisione di amare non sempre comporta un impegno a far durare la relazione. Tutte le coppie devono attraversare momenti di crisi e cambiamento, e la componente dell’impegno è quella che tiene in vita la relazione e che può aiutare a ritrovare la felicità di coppia. E’ auspicabile che l’impegno per la coppia non si trasformi nell’incapacità di essere disponibili ad un cambiamento della relazione all’interno della coppia stessa. Tenere in vita una relazione vuol dire che entrambi i partner si evolvano insieme e che i ruoli non siano rigidi.

La passione è un desiderio intenso di unione con l’altro. Tende ad intrecciarsi con i sentimenti di intimità e spesso le due componenti si alimentano a vicenda. Nei primi stadi di una relazione la passione è più forte perché i due partner si devono reciprocamente avvicinare e ciò fa in modo che il rinforzo sia intermittente (a volte si viene soddisfatti, altre volte no).  L’intermittenza tiene viva la passione.

L’amore prevede tutte e tre le componenti. Sternberg lo chiama amore “perfetto”.

La simpatia prevede solo l’intimità (belle amicizie).

L’infatuazione solo la passione (relazioni brevi basate solo sull’attrazione reciproca).

L’amore vuoto è solo decisione e impegno (stadio finale delle relazioni a lungo termine)

L’amore romantico è intimità e passione insieme (quando non c’è l’idea di un impegno preciso).

L’amore cameratesco è intimità e impegno insieme (amore in cui l’attrazione fisica è svanita, ma c’è intimità e complicità, nonché impegno).

L’amore fatuo è una combinazione di passione e impegno (quello che in genere associamo alle star di Hollywood che hanno matrimoni ripetuti con altrettanti divorzi).

L’amore “perfetto”, dice Sternberg, va trattato con molta cura perché è soggetto a continui cambiamenti e non dura se non lo facciamo durare alimentando le tre componenti dell’amore.

E’ molto difficile mantenere l’amore “perfetto”, ma credo che qualsiasi equilibrio debba necessariamente essere mantenuto con molta fatica e attenzione. E credo che le cadute non si possano evitare. Quando l’amore comprende tutte e tre le componenti, anche se in misura diversa, i partner possono appoggiarsi su quelle che sono presenti in misura maggiore, per aumentare insieme quella che è poco sviluppata; qualora una componente sia mancante, credo che qualsiasi approccio psicologico alla coppia debba partire da quello che la coppia possiede già come risorsa gratificante.

Per approfondire:

Sternberg, R. J. (1999). La freccia di Cupido. Erickson: Trento.

Morire per poter esistere: il suicidio visto in un’ottica analitico-transazionale

Quando un genitore si sente minacciato dalla presenza del figlio piccolo può, in modo inconsapevole, inviare messaggi al bambino con contenuti omicidi.

Ad esempio, una madre che, dopo due gravidanze troppo ravvicinate, vuole attenzione per i propri bisogni, probabilmente si sentirà arrabbiata e frustrata per non poterli soddisfare e dover invece accudire un altro figlio. Sentendosi arrabbiata, potrebbe sopprimere questa rabbia, mossa da sensi di colpa, e in modo indiretto trasmettere al neonato il suo rifiuto.

Allo stesso modo un padre, accorgendosi di quante attenzioni la moglie dedica al figlio appena nato, rivive la propria esperienza infantile di gelosia per il fratellino e si sente spaventato come allora di perdere l’amore della madre. Come tornare ad essere oggetto di attenzioni? Facendo fuori il neonato, magari uccidendolo. Oggi può accadere che questo bambino, diventato padre, invii dei messaggi al proprio figlio del tipo: “Vorrei che non fossi mai nato!”. 

Nessun genitore invia il messaggio non verbale di “non esistere” al figlio perché è un cattivo genitore, ma perché il proprio diritto di esistere è stato probabilmente negato nella propria infanzia e i propri bisogni non sono stati soddisfatti.

L’ingiunzione “non esistere” è piuttosto ricorrente nell’analisi del copione di vita delle persone. Tuttavia, non è vero che chiunque abbia ricevuto tale ingiunzione arriverà al suicidio, quanto è vero che chi commette suicidio ha sicuramente ricevuto questa ingiunzione. Fortunatamente, siamo abbastanza creativi per trovare dei modi di sopravvivere, nonostante ci abbiano detto di “non esistere”!

Ricordo un uomo che nell’infanzia aveva deciso inconsciamente che per lui potesse essere lecito continuare a vivere solo se avesse impiegato la maggior parte del suo tempo lontano dagli altri, isolandosi per disturbare il meno possibile e trovando mille giustificazioni a questo isolamento (lavoro, sport, malattie…). Tuttavia, l’idea del suicidio non lo sfiorò mai nel corso della sua esistenza. Quando si rese conto dell’ingiunzione che portava con sé si fece degli amici. Ora poteva esistere senza bisogno di starsene per forza da solo!

Un bambino che ha ricevuto l’ingiunzione a non esistere può decidere, nell’infanzia, che per essere amato dai genitori deve necessariamente morire, e farà di tutto nella sua vita per raggiungere tale obiettivo. Le decisioni che un bambino può prendere in risposta all’ingiunzione, portandole avanti per tutta la vita, sono le seguenti:

“Se le cose dovessero andare troppo male mi ucciderò”

“Se tu non cambi, mi uccido!”

“Mi ucciderò, e allora tu soffrirai”

“Arriverò quasi a morire, e allora tu soffrirai”

“Ti porterò a uccidermi”

“Ti farò vedere io, anche se questo mi porterà a morire”

“Ti avrò, anche se ciò mi ucciderà” (Goulding, 1983).

Il suicidio potrebbe non essere l’unico modo per togliersi la vita. Altri modi sono: trascurare la propria salute fisica o psicologica; farsi venire un infarto per il troppo lavoro; praticare sport estremi molto rischiosi per la propria incolumità fisica; scegliere un partner violento che può in qualche modo danneggiarci; commettere atti di grave autolesionismo.  I copioni di vita con questo tipo di tornaconto finale, sono detti copioni perdenti e, nel caso terminino con la morte della persona, sono chiamati “amartici” (dal greco “amartia” che vuol dire appunto “catastrofe”).

Oltre all’ingiunzione “non esistere” e al copione amartico, chi arriva al suicidio ha sempre una convinzione su di sé e sugli altri fatta di svalutazione. Nei termini dell’analisi transazionale questo concetto è tradotto così: io non sono ok, tu non sei ok. Quindi nessuno ha speranza. La posizione di vita sintetizzata in questo modo va a giustificare la propria decisione di morire togliendosi la vita, per fare del male a se stesso e all’altro.

Il Bambino Adattato del suicida esprime un senso arcaico di inutilità e di mancanza di valore, si sente cattivo e ingombrante (aspetto depressivo), oppure sente la vita come una sfida in cui la sopravvivenza psicologica è connessa con il vincere o perdere (aspetto maniacale) e che è una difesa dalla depressione.

Il Genitore introiettato è duplice: un Genitore Grandioso: “Tu puoi fare qualunque cosa” e un Genitore Punitivo: “Ma non lo farai mai abbastanza bene da farmi piacere”.

L’Adulto è contaminato dall’idea che “i problemi non possono essere risolti” ed è quindi un Adulto che non è in grado di vedere quali risorse ci sono nel momento presente.

La terapia analitico transazionale dovrà dare importanza ad un lavoro che si basi sull’integrazione delle polarità del Bambino (svalutazione e grandiosità) facendo emergere i bisogni e le emozioni libere (“Voglio esistere!”), e necessariamente si dovrà fondare su caratteristiche di non competizione, fornendo un Genitore Affettivo e Realistico.  L’Adulto andrà energizzato affinché diventi capace di vedere le risorse per risolvere i problemi.

Prendendo come spunto i contributi dei maggiori autori di Analisi Transazionale ho fornito una chiave per leggere il suicidio nell’ottica di questa teoria.  Ho voluto sottolineare come anche il suicidio, che è un atto estremo per denunciare il proprio malessere, si muova all’interno dello scambio energetico tra gli Stati dell’Io e si possa interpretare come una svalutazione totale della propria persona e dell’altro. In questo modo voglio inserire questa grande sofferenza umana all’interno di un quadro interpretativo che faccia riferimento ad una dimensione sana della persona, prima ancora che patologica, ovvero quella del bisogno di riconoscimento, del bisogno di carezze, di attenzione per i propri bisogni, che attraversa le generazioni, parte dai genitori e arriva ai figli. 

Credo che la mia analisi apra la strada a degli aspetti di prevenzione, prima che di cura, materia della psicologia della salute, prima che di quella clinica.

Marina Belleggia

Per approfondire:

Goulding, R. e M. (1983). Il cambiamento di vita nella terapia ridecisionale. Roma: Astrolabio.

Novellino, M. (1998). L’approccio clinico dell’Analisi Transazionale. Milano: Franco Angeli. 

L’attaccamento tra madre e bambino e l’intimità di coppia

Tra i sette e i nove mesi di vita avvengono molti cambiamenti evolutivi nel bambino che lo predispongono al vero e proprio comportamento di attaccamento. In questa fase l’obiettivo del bambino diventa quello di mantenersi abbastanza vicino alla madre, tanto da usarla come “base sicura” a cui tornare se l’ambiente esplorato diventa pericoloso e a cui mostrare segnali di protesta qualora questa si allontani (Holmes, 1994).

John Bowlby, psicoterapeuta e psichiatra infantile, definì il comportamento di attaccamento come “una forma di comportamento che si manifesta in una persona che consegue o mantiene una prossimità nei confronti di un’altra persona, chiaramente identificata, ritenuta in grado di affrontare il mondo in modo adeguato” (Bowlby, 1989). Affermò, inoltre, che tale comportamento è tipico della prima infanzia, ma si conserva per tutta la vita dell’individuo, soprattutto nelle situazioni di emergenza (Ibid.).

Un contributo rilevante allo studio dell’attaccamento nel ciclo della vita è venuto da Mary Ainsworth, psicologa statunitense, allieva di Bowlby. L’Autrice definisce l’attaccamento come un “legame affettivo”, ovvero “un vincolo relativamente duraturo con un partner che acquista valore come individuo unico e non intercambiabile” (Ainswort, 1995). I rapporti di attaccamento sono caratterizzati dal desiderio di vicinanza con l’altro e questo è un segno distintivo di questi particolari legami affettivi. L’Autrice analizza parallelamente il legame tra il bambino e i genitori, il legame sessuale di coppia, i legami di amicizia e quelli tra fratelli.

Nel legame di coppia a lungo termine, tra i partner si instaura un attaccamento reciproco che implica l’atteggiamento di cura di uno verso l’altro. Ciascuno dei due partner può trovarsi, a seconda delle situazioni, a considerare l’altro come più saggio, o più forte, o più competente, e questi risponde, a sua volta, offrendo cure e protezione (Ibid.). Ecco, dunque, che la relazione tra due adulti di sesso opposto può ricalcare il legame di attaccamento tra bambino e genitore, in quanto ne mantiene la caratteristica fondamentale: garantire all’altro una “base sicura”.

“I legami di coppia adulti manifestano (…) secondo modalità diverse, le caratteristiche dell’attaccamento infantile” (Weiss, 1995): gli attaccamenti adulti sono uno sviluppo di quello infantile. Ad esempio, entrambi hanno la capacità di polarizzare l’attenzione e l’energia in condizioni di minaccia. La perdita della sfigura di attaccamento, sia nell’infanzia che nell’età adulta, determina il lutto e “in entrambi i casi è possibile osservare una sindrome che include il chiamare e il piangere, una ricerca determinata e talvolta frenetica, il persistente ricordo percettivo della figura perduta, irrequietezza ed eventuale disperazione” (Ibid.).

Un altro elemento di somiglianza tra attaccamento infantile e adulto è la generalizzazione dell’esperienza. Si può verificare che le emozioni legate alle esperienze infantili di attaccamento si conservino anche negli attaccamenti adulti. Ad esempio, i soggetti che nell’infanzia hanno perduto la fiducia nei genitori, avranno difficoltà nel rapporto di coppia dovute proprio alla mancanza di fiducia nei propri genitori. Negli altri tipi di rapporti che non sono attaccamenti, come i rapporti di lavoro, queste difficoltà non vengono evidenziate.

Infine, gli attaccamenti adulti, come il legame di coppia e l’attaccamento genitoriale, si manifestano solo dopo che i genitori sono passati in secondo ordine come figure di attaccamento. Ciò conferma l’ipotesi che l’attaccamento adulto sia uno sviluppo di quello infantile: “se un eventuale sistema emotivo che stimola il legame si fosse sviluppato in età adulta indipendentemente dal sistema infantile, sarebbe estremamente improbabile che ne presentasse esattamente le stesse caratteristiche” (Ibid.). 

Hazan e Shaver hanno voluto verificare l’utilità della teoria dell’attaccamento infantile per lo studio dell’attaccamento tra adulti. Hanno ipotizzato che l’amore tra partner avesse degli elementi simili al sentimento di attaccamento del bambino alla madre. In particolare hanno analizzato la richiesta di vicinanza fisica, la fiducia nella disponibilità dell’altro, la richiesta di conforto rivolta all’altro e il sentimento di disagio quando il partner si allontana (Hazan, Shaver, 1995). Anche negli adulti la ricerca di vicinanza con il partner può essere considerata un elemento che favorisce l’attaccamento, ma mentre nel bambino essa è dettata principalmente dalla paura, negli adulti è motivata dall’attrazione sessuale. Se, tuttavia, nel corso della relazione i partner non riuscissero ad offrirsi reciprocamente conforto e sicurezza potrebbero non raggiungere mai la soddisfazione nella relazione. Dopo alcuni anni quindi è probabile che la relazione con il partner possa diventare una fonte di sicurezza, una “base sicura” simile a quella fornita dal genitore.

Nell’innamoramento l’individuo sente l’esigenza di riattualizzare quel “Senso del Noi” già vissuto nell’infanzia e i suoi sentimenti di attaccamento, stimolati anche dal desiderio di esplorare l’altro come nuovo compagno di interazione (Norsa, Zavattini, 1997). Il concetto di attaccamento implica tuttavia, a mio avviso, anche un concetto di autonomia e di separazione. Infatti i genitori, per promuovere uno stile di attaccamento sicuro, non solo devono essere capaci di creare un clima di affetto e protezione, ma anche di favorire l’autonomia nel bambino fornendo ad esso la possibilità di una dialettica tra “base sicura” ed esplorazione dell’ambiente. Bowlby crede che la stabilità emotiva in età adulta sia una prerogativa degli individui che durante l’infanzia hanno potuto conoscere il mondo, sicuri di poter ritrovare la propria madre ad accoglierli nei momenti di frustrazione.

L’intimità nell’età adulta, se vissuta con equilibrio emotivo, assomiglia alle modalità di attaccamento tra bambino sicuro e genitore, in cui l’intimità non esclude l’autonomia di ognuno dei due partner, ed è proprio questa intimità che va a costituire le basi del senso di sicurezza, motivando il bambino ad avventurarsi fuori di se stesso per esplorare il mondo e le proprie capacità. 

Marina Belleggia

Per approfondire:

Ainswort, M. D. (1995), Attaccamenti e altri legami affettivi nel corso della vita. In C. M. Parkes – J. Stevenson-Hinde – P. Marris (Eds.). L’attaccamento nel ciclo della vita (29-48). Roma: Il pensiero Scientifico.

Bowlby, J. (1989). Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento. Milano: Cortina.

Hazan, Cc. – P. R. Shaver (1995). L’attaccamento di coppia negli adulti: teoria ed evidenza empirica. In L. Carli (Ed.). Attaccamento e rapporto di coppia (43-88). Milano: Cortina.

Holmes, J. (1994). La teoria dell’attaccamento. John Bowlby e la sua scuola. Milano: Cortina.

Norsa, D. – G. C. Zavattini (1997). Intimità e collusione. Teoria e tecnica della psicoterapia psicoanalitica di coppia. Milano: Cortina.

Weiss, R. S. (1995). Il legame di attaccamento nell’infanzia e nell’età adulta. In C. M. Parkes – J. Stevenson-Hinde – P. Marris (Eds.). L’attaccamento nel ciclo della vita (63-74). Roma: Il Pensiero Scientifico.


La mente è come l’acqua: quando è calma riflette meglio

E’ auspicabile per ognuno di noi avere una mente calma in grado di pensare in modo chiaro e di percepire la realtà senza distorcerla. L’accelerazione dei ritmi di vita, tuttavia, sottopone la nostra mente a una sollecitazione che la agita costantemente. 

Uomini e donne moderni hanno a disposizione molti strumenti tecnologici, ma invece di utilizzarli per sbrigare prima i loro compiti e poi riposarsi, li utilizzano per lavorare il triplo di quello che potrebbero fare senza di essi aumentando in questo modo lo stress.  Lo stress è proprio quella condizione di esaurimento fisico e mentale a cui si va incontro quando si carica  l’organismo di pesi che questo non è in grado di portare. Il nostro corpo non si adatta alla tecnologia, è lo stesso di milioni di anni fa; la nostra mente, per restare serena, ha bisogno di avere spazi creativi di immaginazione che non siano solo virtuali, ma reali. La spinta a “sbrigarci” nel lavoro e nella vita quotidiana, nonché gli “input” che l’universo tecnologico attorno a noi ci invia, possono essere considerati un messaggio sociale esplicito (e a volte implicito e di cui non siamo consapevoli) a fare tutto in fretta per poter fare di più ed essere considerati “vincenti”, e ad uniformarci per poter essere accettati e per appartenere a qualcosa e a qualcuno. Nella nostra società occidentale il superlavoro è un sinonimo di efficienza, e la creatività è poco valorizzata e premiata, tanto da essere rimasta appannaggio solo degli artisti!

Ma un corpo e una mente efficienti sono necessariamente in salute? No, se la persona si sente sotto stress. Perché lo stress è una condizione fisica e mentale che dipende dalla percezione del singolo individuo: ognuno di noi ha una soglia personale dello stress, oltre la quale l’organismo comincia a mandare segnali di affaticamento che si evidenziano sotto forma di sintomi fisici e psicologici. Non c’è una soglia “giusta” e una “sbagliata”; ognuno ha la sua e deve imparare a conoscerla per non ammalarsi. Nonostante la medicina abbia conseguito numerosi successi, molte persone si ammalano, e moltissime malattie sono riconducibili a cause psichiche.

Queste premesse non sono un altro modo per dire che dobbiamo tornare alle caverne! Ma solo per renderci consapevoli che gli stimoli eccessivi a cui oggi siamo sottoposti non favoriscono la nostra salute psicofisica. Abbiamo bisogno di qualche strumento in più per stare bene. In fondo, in ogni epoca storica l’uomo ha avuto bisogno di inventare qualcosa per stare meglio! 

Uno di questi strumenti, prezioso forse più oggi di quando fu inventato dal neurologo e psichiatra berlinese J.H. Schultz negli anni Trenta, è il Training Autogeno. Questo è un metodo di rilassamento che tutti possono imparare esercitandolo e che, come primo beneficio, ha proprio la riduzione dello stress, inteso come condizione psicofisica in cui la persona si sente a disagio.

E’ fondamentale, nell’apprendimento del metodo, che la persona sia consapevole di quanto, attraverso la concentrazione psichica, riesca a produrre modificazioni neurofisiologiche stabili e reali (quindi misurabili) a livello del sistema nervoso autonomo che, a loro volta, producono un cambiamento nella risposta emozionale  di fronte agli eventi stressanti della vita (H. Lindemann, 2008). In poche parole, le modificazioni somatiche che noi impariamo a produrre nel nostro corpo tenendo la concentrazione su di esso, producono dei cambiamenti anche nel nostro modo di reagire, in termini di pensieri ed emozioni. Se cambia il corpo cambia la mente, e viceversa.

Attraverso il metodo di Schultz possiamo fare l’esperienza meravigliosa del continuo dialogo tra la nostra mente e il nostro corpo e di quanto questo produca un rilassamento in grado di sciogliere tensioni non solo fisiche, ma anche derivanti da pensieri ed emozioni con cui ci procuriamo sofferenza.

Per questo motivo il Training Autogeno è uno strumento terapeutico che può, a ragione, essere considerato una forma di psicoterapia, con una differenza sostanziale, però: la relazione tra psicoterapeuta e paziente viene sostituita dalla relazione della persona con se stessa, con il proprio corpo e la propria mente, che attraverso il corpo ritrova distensione e calma.

Nel praticare il Training Autogeno ognuno può ritrovare la capacità di donarsi il beneficio della guarigione psicofisica che nasce dall’essere consapevoli di se stessi. Come diceva Schultz, “comprendere tutto significa quasi guarire tutto” (B. H. Hoffmann, 1980).

La posizione supina in cui si praticano gli esercizi di Training Autogeno e le immagini a cui si ricorre per creare distensione fisica sono un modo strutturato, ma piacevole, per ritrovare quelle componenti di riposo e creatività che tanto sono preziose per aiutare la nostra mente a calmarsi e a riflettere in modo più chiaro, proprio come uno specchio d’acqua quando non c’è vento.

Marina Belleggia

Per approfondire:

B. H. Hoffmann, Manuale di Training Autogeno, Astrolabio, 1980.

H. Lindemann, Il training Autogeno. Il più diffuso metodo di rilassamento, Tecniche Nuove, 2008. 

Analisi Transazionale: i concetti-chiave

Eric Berne sosteneva che non il terapeuta soltanto dovesse essere esperto dei concetti fondamentali dell’Analisi Transazionale, ma che dovesse diventarlo anche il paziente. Qualora il terapeuta condivida le proprie conoscenze della teoria con il paziente, questi assume un ruolo di parità con il terapeuta nel proprio processo di cambiamento: “un analista transazionale si fa un dovere di mantenere il paziente informato di cosa gli sta avvenendo via via che procede il trattamento, guadagnandosi così spesso la sua gratitudine, oltre che il suo miglioramento” (Berne, 1986).

Condivido pienamente la convinzione di Berne e ho notato con gioia che quando rendo partecipe il paziente di ciò che sta accadendo dentro di lui utilizzando i “concetti chiave” dell’Analisi Transazionale questi diventa più collaborativo e si sente meno spaventato, soprattutto nelle prime fasi della terapia, quando le persone solitamente vivono con ansia la relazione con lo psicoterapeuta. Alla fine del trattamento, invece, quando la persona è ormai esperta di tali concetti, può facilmente fare un resoconto del suo percorso utilizzandoli in modo competente. E questo contribuisce al suo sentirsi in grado di fare a meno, finalmente, della terapia. La teoria analitico-transazionale è stata formulata con termini semplici e alla portata di tutti proprio per adempiere a questo scopo.” Alcuni pensano che questo linguaggio così diretto debba rispecchiare un pensiero superficiale. Ma si sbagliano: benché il linguaggio dell’Analisi Transazionale sia semplice, la sua teoria è profonda e frutto di rigorosi ragionamenti” (Stewart, Joines, 1990).

Il principio del “rendere esperto il paziente” si basa su uno dei concetti chiave della teoria analitico-transazionale, e cioè che ognuno di noi è ok. Cosa vuol dire questo? Che tutti noi, terapeuti, pazienti e tutte le persone in generale hanno un valore e una dignità in quanto esseri umani, al di là dei loro comportamenti che possono essere sbagliati e provocare sofferenza a se stessi e agli altri. Secondo questo assunto nessuno è superiore all’altro; siamo tutti allo stesso livello in quanto persone. E questo vale anche se i ruoli sono diversi, come in un rapporto professionale tra terapeuta e paziente.

Invece dei paroloni di alcune teorie che solo gli addetti ai lavori sanno maneggiare, l’Analisi Transazionale parla per tutti e si esprime con termini familiari. Ecco i concetti basilari della teoria, a cui si deve aggiungere quello che ho già descritto sopra sull’essere ok.

1. Il modello degli Stati dell’Io

E’ il concetto fondamentale della teoria. Cos’è uno stato dell’Io? E’ il modo in cui ci comportiamo, pensiamo e sentiamo in un dato momento. Se ci comportiamo, pensiamo e sentiamo in base a ciò che sta accadendo nel momento presente e utilizziamo tutte le risorse di persone adulte che abbiamo a disposizione, vuol dire che in quel momento ci troviamo nello Stato dell’Io Adulto. In altre occasioni possiamo invece comportarci, pensare e sentire in un modo che è simile a quello dei nostri genitori o delle figure genitoriali che abbiamo avuto nella nostra vita. In questo caso siamo nello Stato dell’Io Genitore. Quando, infine, ci comportiamo, pensiamo e sentiamo come quando eravamo bambini, si dice allora che siamo nello Stato dell’Io Bambino. Il modello degli Stati dell’Io ci serve per capire tutti gli aspetti della nostra personalità dal punto di vista strutturale, cioè di vederne la struttura.

2. Le transazioni

Quando comunichiamo con gli altri possiamo farlo da uno dei tre Stati dell’Io (Adulto, Genitore o Bambino). Gli altri, a loro volta, possono rispondere da uno dei tre. Questo scambio di comunicazioni si chiama transazione. L’Analisi Transazionale in senso stretto consiste nell’impiego del modello degli Stati dell’Io per analizzare le transazioni fra le persone. Ma l’Analisi Transazionale è molto di più.

3. Le carezze

E’, a mio avviso, uno dei concetti più belli. Quando le persone effettuano delle transazioni, quindi comunicano tra loro, si riconoscono l’un l’altro e questo atto di riconoscimento reciproco è chiamato carezza. Le carezze, in Analisi Transazionale, sono tutti i riconoscimenti fisici e psicologici di cui abbiamo bisogno per mantenere il nostro benessere. Senza carezze non possiamo stare bene.

4. La strutturazione del tempo

Le persone utilizzano vari modi per strutturare il loro tempo. Possono isolarsi, quindi non comunicare e non dare e non ricevere carezze. Possono compiere dei rituali, ovvero avere delle transazioni che procedono come se fossero programmate (es. parlare del tempo). In questo modo le persone si scambiano carezze senza coinvolgersi troppo. Ancora, possono mettere in atto dei passatempi (es. una chiacchierata ad una festa): le carezze che ci si scambia durante un passatempo sono più intense, ma meno prevedibili, quindi c’è un rischio maggiore di essere coinvolti. Possono fare insieme delle attività, e quindi indirizzare le loro energie per il raggiungimento di uno scopo, cosa che nei passatempi non c’è. Anche in questo caso le carezze sono abbastanza rischiose e riguardano i riconoscimenti che ci si scambia per il lavoro fatto (positivi e negativi). Un altro modo che utilizzano le persone per strutturare il tempo sono i giochi. Berne dedica molto spazio all’approfondimento di questo concetto. Qui sintetizzo dicendo che i giochi sono un modo inconsapevole che le persone utilizzano per scambiarsi delle svalutazioni reciproche, ma a livello psicologico tali svalutazioni vengono vissute come intense carezze. I giochi terminano sempre con un senso di disagio da parte dei “giocatori”. E infine, lo scambio di carezze più rischioso che due persone possono scegliere di avere è l’intimità. Nell’intimità non c’è svalutazione, c’è un coinvolgimento pieno, le carezze sono molto intense e rischiose. Quando si esprimono le proprie vere emozioni e i propri desideri autentici, senza costringere l’altro a comportarsi in un modo particolare, si sta sperimentando l’intimità.

5. Il copione

Il copione è la storia di vita che ognuno di noi scrive per se stesso. La stesura completa del copione inizia nella primissima infanzia e finisce con l’adolescenza. Quando diventiamo adulti non siamo più consapevoli di ciò che abbiamo scritto, ma continueremo a seguire questo copione, come attori esperti, e faremo di tutto per avvicinarci all’esito della storia, al finale che abbiamo deciso da bambini.

6. La ridefinizione e la svalutazione

La storia che abbiamo scritto sulla nostra vita, piano piano ci diventa sempre più familiare e facciamo di tutto per continuare a raccontarcela, perché questo è un modo per sentirci meno spaventati. Allora alteriamo la nostra percezione della realtà affinché questa non contraddica il nostro copione: questa è la ridefinizione. Quando invece ignoriamo le informazioni che abbiamo a disposizione pur di non mettere in discussione il nostro copione, allora operiamo una svalutazione.

6. L’autonomia

Se vogliamo realizzarci completamente come persone adulte è importante che aggiorniamo le decisioni prese da bambini. A un certo punto della nostra vita, infatti, ci renderemo conto che non possiamo andare avanti con quelle vecchie strategie infantili; dobbiamo sostituirle. Dobbiamo uscire dal nostro copione e raggiungere l’autonomia, che altro non è che il raggiungimento della capacità di essere consapevoli, spontanei e intimi.

7. Le emozioni parassite

Cos’è un parassita? E’ un essere che vive a spese di un altro. Possiamo avere emozioni dentro di noi che esistono realmente, ma che sono sostitutive di emozioni autentiche. La differenza fra emozioni autentiche ed emozioni parassite è che le prime non ci sono state permesse dai nostri genitori, le seconde sì; anzi spesso sono state incoraggiate.

Ma i due assunti che sono alla base della filosofia dell’Analisi Transazionale e che fanno di questa teoria un ottimo approccio con cui le persone possono avvicinarsi ai loro obiettivi di guarigione sono due:

1. ognuno ha la capacità di pensare;

2. ognuno decide il proprio destino, e queste decisioni possono essere cambiate.

Il primo vuol dire che ognuno di noi è responsabile delle proprie azioni perché è capace di pensare (ad eccezione di chi ha subito un grave danno cerebrale). Quindi, si porta dietro le conseguenze delle sue decisioni.

Il secondo vuol dire che qualsiasi decisione abbiamo preso nella nostra vita, soprattutto quelle che abbiamo preso da bambini quando avevamo meno risorse e meno scelte, possono essere cambiate, e quindi che possiamo ri-decidere. Se ci rendiamo conto che alcune modalità comportamentali, alcuni pensieri ed emozioni non sono più funzionali nella nostra vita di adulti possiamo scegliere di modificarli. E i cambiamenti possono essere duraturi.

L’ultimo assunto che considero importante comunicare alle persone ancora prima di cominciare il lavoro è questo: terapeuta e paziente sono alla pari. Il terapeuta non può fare delle cose al paziente senza la volontà di quest’ultimo, né il paziente può andare dal terapeuta con l’aspettativa che questi faccia tutto per lui. Ecco perché nella terapia analitico-transazionale si formula insieme al paziente un contratto di lavoro. Questi dice cosa vuole cambiare di sé e cosa è disposto a fare per raggiungere l’obiettivo; il terapeuta conferma di poter essere d’aiuto alla persona e di mettere a disposizione le proprie competenze. Del resto, cominciare un percorso di psicoterapia senza sapere dove si è diretti è piuttosto rischioso.

La chiarezza dei concetti della teoria e la trasparenza delle premesse che terapeuta e paziente stabiliscono nel loro lavoro, fanno dell’Analisi Transazionale un approccio terapeutico in cui il raggiungimento dell’autonomia da parte del paziente è già insito nella possibilità di essere padrone dei termini teorici e nella consapevolezza delle proprie responsabilità e di quelle che invece non gli appartengono, e che sono proprie dello psicoterapeuta.

Marina Belleggia

Per approfondire:

E. Berne, Principi di terapia di gruppo, Astrolabio, 1986.

I. Stewart, V. Joines, L’analisi Transazionale. Guida alla psicologia dei rapporti umani, Garzanti, 1990.

La salute psicologica come armonia e cambiamento

Come possiamo parlare di armonia quando la persona si sente turbata dalla malattia? Tuttavia, parlare di armonia ci avvicina a un concetto realistico della salute: la salute è una lotta contro tutto ciò che avversa l’armonia nell’uomo. Per armonia si intende la confluenza di diversi elementi in modo ordinato, cioè l’unità. E l’unità è la vita, poiché la disintegrazione è la morte. Tendere all’armonia vuol dire aumentare la vita, e la salute è l’unico modo per conservare e aumentare la vita.

Ma qual è l’armonia che promuove la salute? Quella che si realizza in fatti concreti che danno espressione a questa armonia, che la fanno aumentare, che correggono le disarmonie. Quindi, l’armonia si esprime sotto forma di cambiamento.
L’armonia verso la quale tendiamo è l’armonia fisica, psichica, sociale e spirituale. Mi soffermo su quella psichica, considerando le altre tre come intimamente connesse a questa.

Dal punto di vista psicologico la salute consiste:
- nell’avere competenza sociale, ovvero sapersi muovere in modo adeguato nei contesti sociali, ascoltando, conversando, esprimendo in modo accurato atteggiamenti ed emozioni;
- nell’avere una buona stima di sé, un giudizio positivo del proprio valore personale;
- nell’avere una buona capacità di risoluzione dei problemi, cioè l’abilità di identificarli e analizzarli, di scegliere le soluzioni e di valutare i risultati;
-nell’avere la percezione accurata delle proprie emozioni, il controllo di esse, e la capacità di esprimerle in modo appropriato.

Secondo la teoria analitico-transazionale, la persona sana è quella che si è liberata dal copione di vita. Il copione è un programma inconscio che scriviamo e cominciamo a recitare quando siamo bambini, rinforzato dai nostri genitori e giustificato dagli eventi della nostra vita, che comporta delle decisioni, dette decisioni di copione. Liberarsi dal copione vuol dire rendersi autonomi, fare scelte diverse, “ri-decidere” basandosi sul presente, e non sulle limitanti decisioni infantili (M e R. Goulding, 1983). Nel momento presente possiamo scegliere di stare in contatto con noi stessi, in ascolto dei nostri pensieri, emozioni e sensazioni, per agire in modo adulto. Raggiungere l’armonia interiore vuol dire proprio questo: far confluire in modo ordinato degli stati distinti (pensieri, emozioni, azioni, sensazioni somatiche), per esprimersi nel mondo nel pieno rispetto di sé e degli altri.

Considerare la malattia come disarmonia produce speranza, quindi guarigione, poiché sulla disarmonia possiamo intervenire creando armonia; abbiamo il potere di cambiare la disarmonia in armonia. Nello stesso modo, riappropriarci delle nostre emozioni come qualcosa che appartiene a noi e che non arriva da fuori, può aiutarci a vedere che ci appartiene anche la capacità di gestirle quando sono troppo dolorose. Spesso le nostre emozioni non sono riferite al momento presente, ma sono legate a qualcosa che abbiamo vissuto nel passato e che continuiamo a portare nel nostro presente, piuttosto che darci delle alternative.

Per questo motivo, quando i miei pazienti arrivano alla prima seduta di terapia sciorinando tutte le etichette diagnostiche che medici, psichiatri, psicologi e loro stessi si danno, prima di cominciare il lavoro faccio quella che io chiamo la “pulizia dalle etichette”. Essere dentro un’etichetta diagnostica (depresso, alcolista, con attacchi di panico, ecc…) lascia sottintendere che nulla può cambiare, che c’è staticità, quindi nessun cambiamento. Questa è la strada più sicura per rendersi malati e senza opzioni. La guarigione, invece, implica imparare nuove scelte, vedersi nella possibilità della trasformazione, nell’armonia del cambiamento che ognuno realizza per se stesso.

Marina Belleggia

Per approfondire:

M.e R. Goulding, Il cambiamento di vita nella terapia ridecisionale, Astrolabio, 1983


Costruiamo almeno un “ponte” nella nostra vita

L’immagine in cima ad ogni pagina del sito rappresenta una strada; ci sono anche degli alberi, uno specchio d’acqua e un ponte.
La strada è per me la rappresentazione del percorso della terapia, così faticoso, ma anche così soddisfacente per chiunque lo intraprenda. L’albero è l’esperienza che ogni persona fa, durante il percorso, del proprio sé fisico, somatico, del proprio corpo. L’albero si radica nella terra, come il corpo nei bisogni, negli istinti, ma proprio perché nasce da quel terreno fatto da istanze prettamente fisiche, può arrivare in alto e toccare il cielo con rami carichi di fiori e frutti. Naturalmente il terreno va nutrito. Più la persona si cura di ciò che riguarda il corpo e più avrà una base solida per salire in alto. Lo specchio d’acqua rappresenta per me la mente umana. Durante la terapia la persona cambia il modo di pensare e di immaginare. Più la mente si rasserena, più la percezione delle cose che ci circondano è aderente alla realtà, e più riusciamo a pensare in modo chiaro. L’acqua calma riflette ciò che c’è intorno in modo molto più nitido di quella agitata. Infine, il ponte. Per me il ponte è il simbolo dell’integrazione, poiché unisce, mette insieme, mette in comunicazione due strade che attraverso di esso diventano un’unica strada.

Nella terapia, e quindi nella vita, è importante costruire “ponti”! Per farci cosa? Per mettere in comunicazione il nostro corpo con la nostra mente e con il nostro spirito; per metterci in comunicazione con gli altri e trovare una strada che unisce e ci fa incontrare; per avvicinare il nostro ambiente, la nostra cultura, ad altri ambienti e culture e prendere ciò che ci manca. Solo in questo modo, costruendo “ponti”, possiamo sentirci integrati e godere di salute fisica e psicologica, poiché dall’integrazione nasce l’armonia e da questa la salute, che altro non è che il funzionamento armonico delle diverse parti di cui è costituito un sistema, sia esso una persona, una famiglia, una società, una cultura.

I “ponti” che ci collegano a noi stessi e agli altri, intesi come individui e come gruppi sociali, sono la fonte dei nostri cambiamenti.
Per due meravigliosi anni della mia vita ho lavorato come psicoterapeuta in un’associazione culturale che si occupa di integrare la cultura e le terapie occidentali (tra cui la psicoterapia) con la cultura e le terapie orientali. Di conseguenza, in un ambiente stimolante come quello, ciò che trova integrazione è la persona. Perché? Perché in occidente si dà molta più importanza alla mente, che da Cartesio in poi, credo, è rimasta orfana del corpo (“Cogito, ergo sum”). La cultura orientale, invece, non coltiva separazioni, ma considera l’esistenza armonica di mente, corpo e anima in ogni persona. Non possiamo curare la mente senza considerare il corpo e l’anima, né il corpo senza la psiche e lo spirito, né possiamo occuparci di essere persone spirituali tralasciando la cura del corpo e della mente. Ecco perché la persona, da questo tipo di approccio e di visione, ne esce fuori più integrata, poiché nulla si nega di essa.

In questo posto, in cui non ho mai respirato fanatismi, né subito pretese assurde di indottrinamento, ho potuto rendermi conto di quanto le mie competenze di psicoterapeuta, formatasi in occidente, specializzatasi in un approccio terapeutico teorizzato da un canadese, potessero essere rese ancora più efficaci per le persone che curavo, se io stessa fossi stata disposta a guardare cosa ci fosse al di là del “ponte”, su cui ho avuto il coraggio di mettermi con la mia psicologia, non senza resistenze, devo dire.
Lentamente, ho potuto constatare che le persone che si rivolgevano a me per fare un percorso di psicoterapia e che consideravano anche il corpo parte della propria guarigione, dedicandosi ad attività quali lo yoga, la meditazione, il massaggio ayurvedico, avevano una prognosi più favorevole e i tempi della psicoterapia potevano ridursi. Ho visto che “è’ possibile dimostrare scientificamente che curando lo stato emotivo degli individui insieme alla loro condizione fisica, si può ritagliare un margine di efficacia in termini medici, sia a livello di prevenzione che di trattamento” (D. Goleman, 1996).

Conoscendo meglio la cultura orientale ho ammesso che alla “mia scienza” occidentale mancava un pezzo. Ricordo che la prima frase che mi venne detta non appena entrai in quel luogo fu: “…possiamo essere felici”. E’ qualcosa in cui credo anch’io, pensai, ma come mai non mi è venuto mai tanto spontaneo dirlo ai miei pazienti con questa chiarezza, questa semplicità, questa immediatezza? Forse perché la psicoterapia nasce in un ambiente in cui c’è più complessità e le riesce difficile parlare semplice. E ha come oggetto principale di osservazione la mente. Il linguaggio più immediato è invece quello del corpo, perché non ha filtri e arriva dove vuole arrivare. E quanta importanza diamo noi occidentali al nostro corpo? Ancora troppo poca, se escludiamo l’attenzione al nostro aspetto fisico. Quindi, era intuitivo. Se comincio a pensare in altri termini, mi sono detta, e cioè che come psicoterapeuta ho il dovere di ricordarmi che i miei pazienti  sono costituiti anche da un corpo (così come un medico dovrebbe tener presente la mente, le emozioni, i sentimenti), posso arrivare prima dove voglio arrivare, ovvero ad aiutare gli altri meglio e più in fretta.

Insieme al presidente dell’associazione ho dato vita ad un progetto terapeutico in cui ho voluto verificare quanto i disagi emotivi delle persone avessero un corrispettivo in qualche sofferenza fisica, e qualora avessi verificato questo, avrei prospettato al mio paziente la possibilità di curarsi nella totalità, affiancando alla psicoterapia qualche altra forma di terapia che fosse incentrata sul corpo e sullo spirito. E in quell’ambiente ce n’erano molte a disposizione. Alcuni hanno scelto di farlo e le guarigioni a cui abbiamo assistito ci hanno sorpreso. Abbiamo visto i migliori risultati terapeutici nell’integrazione tra psicoterapia e massaggio ayurvedico e tra psicoterapia e yoga.

L’unione mente-corpo è ormai scientificamente riconosciuta. Basti pensare alla psiconeuroimmunologia, che considera i rapporti tra cervello e organismo, tra stress e modificazioni somatiche; o la psicosomatica, che afferma quanto il soggetto proietti sul corpo i propri conflitti interiori. Ha molto senso oggi parlare di “simultaneità” tra esperienze affettive e fenomeni fisici. Nella pratica del training autogeno è evidente quanto lo stato di concentrazione psichica induca rilassamento e modificazioni fisiologiche e psicologiche importanti nell’organismo (Hoffmann, 1980). La bioenergetica analizza come i problemi emozionali portino l’individuo ad abbandonare la realtà allontanandosi dalle sensazioni corporee. La mente, separata dal corpo, è fragile e la scissione tra mente e corpo si riflette nella scissione della personalità (Lowen, 1982). Ogni approccio psicologico alla persona implica il considerare non solo il linguaggio verbale, ma anche quello non verbale, corporeo, che spesso dice cose che l’individuo non sa di dire. I segnali del corpo rivelano stati psichici.

Nel fare questa considerazione è nato il mio interesse per le terapie che agiscono sul corpo, affinché quest’ultimo, risanato, sia libero di esprimere pensieri, emozioni, intenzioni, stati d’animo, sentimenti, in modo autentico e spontaneo. Ecco allora che il corpo, in questo modo, diventa un mezzo che aiuta la persona a guarire, poiché si fa “strumento di guarigione”, deposito di tutte le nuove esperienze di benessere che attraverso di esso possiamo incarnare. Tali esperienze diventano la linfa vitale che nutre e cura la mente, che le fa arrivare il messaggio chiaro : “possiamo essere felici”. Non dimentichiamoci che nessuna nuova vita sopravvive senza l’accudimento fisico, che altro non è che un riconoscimento della propria e altrui esistenza. Come diceva Eric Berne, per tutta la nostra vita continueremo ad avere “fame di carezze”, fisiche e psicologiche, e spesso questa fame non soddisfatta è causa di molto malessere.

Il “mio ponte” è stato quello di integrare la “mia ” terapia occidentale, basata sui processi mentali ed emotivi, complessa, ricca di teorie meravigliose e di tecniche efficaci, con le terapie orientali, corporee, spirituali, semplici, essenziali, immediate. Ho visto nascere un’unione fatta di armonia che ha portato qualche guarigione in più. E per questo il ponte sarà sempre la metafora del mio modo di lavorare.

Marina Belleggia

Nota dell’autrice:

L’ Associazione Culturale che menziono si chiama “Emisferi – Un ponte tra Oriente e Occidente”, e il suo Presidente è Nicola Pietravalle. E’ grazie soprattutto a lui se oggi  ho uno strumento in più per comprendere e aiutare le persone.

Per approfondire:

E. Berne, “Ciao!”…e poi?, Bompiani, 1979. 

D. Goleman, Intelligenza emotiva. Che cos’è, perché può renderci felici. Rizzoli, 1996.

B.H. Hoffmann, Manuale di Training Autogeno, Astrolabio, 1980.

A. Lowen, Il tradimento del corpo, Edizioni Mediterranee, 1982.

“Sii perfetto!”: uno dei modi migliori con cui ci impediamo di guarire

Diversi autori di Analisi Transazionale sostenevano quanto fossero importanti i messaggi verbali e non verbali (espressivi, corporei), che i genitori inviano al bambino, per la costruzione della sua visione di se stesso, degli altri, del mondo. E quanto questa visione influenzi le sue prime decisioni relative a sé e alla vita. Alcuni di questi messaggi genitoriali sono stati definiti messaggi spinta. Infatti, sono dei veri e propri comandi del genitore affinché il bambino faccia qualcosa. Questi, quando riceve tali comandi, sente una coazione a seguirli, poiché è convinto di poter essere amato fintanto che continuerà a comportarsi come il genitore gli dice di fare.

Uno di questi messaggi spinta è quello che dice: “sii perfetto!”. Il comando ad essere perfetto può consistere nel prendere sempre il voto più alto a scuola, oppure nel non sporcarsi mai i vestiti, oppure ancora nel cominciare a fare qualcosa solo se veramente sicuro di poterla fare perfettamente.

La spinta ad essere perfetto è, a mio avviso, uno dei messaggi genitoriali che il bambino segue, che influenzano di più, da adulto, il suo percorso di guarigione, e in particolare la percezione che egli ha dei propri cambiamenti durante la terapia. La percezione  non sarà allora aderente alla realtà, ma ad un ideale di perfezione soggettivo. Spesso, chi ha una forte spinta ad essere perfetto, ha un’idea perfetta su come dovrà diventare alla fine della terapia, e su come la sua guarigione possa essere tale solo qualora implichi l’assenza totale di sintomi e di emozioni “spiacevoli”. Quando la persona vuole essere perfetta a tutti i costi, perché è l’unico modo che conosce per essere sicura di contare qualcosa per gli altri ed essere stimata, è molto probabile che anche quando proverà ad immaginare la propria guarigione, di qualunque natura essa sia (psicologica o fisica), la immaginerà aderente al proprio ideale di perfezione: “se guarisco perfettamente, allora valgo qualcosa”.

Oltretutto, i modelli sociali, oggi, rinforzano moltissimo questo modo di pensare: va bene solo ciò che non ha difetti e risponde a certi ideali di perfezione. La sofferenza e l’imperfezione, sia psicologiche che fisiche, sono viste sempre di più come qualcosa da far passare in fretta, perché rivelano la fragilità umana. Ed ecco che allora quando abbiamo un raffreddore dobbiamo prendere di corsa qualcosa di chimico che ce lo faccia passare, piuttosto che aspettare che il nostro corpo attivi le sue difese naturali e lo combatta. Allo stesso modo, quando viviamo una sofferenza, cerchiamo di eliminarla senza farci il regalo più bello: scoprire le risorse che abbiamo per affrontarla e scoprirci forti nella nostra fragilità.

Quando dico ai miei pazienti che la guarigione esiste ho in mente una concezione della guarigione che non è la cura del sintomo, e quindi l’eliminazione dei pensieri, delle emozioni e dei comportamenti  ”imperfetti”. La guarigione che intendo è il raggiungimento dell’armonia e dell’equilibrio, concetti da cui quello della perfezione è enormemente distante.

Dell’armonia non si può certo dire che sia perfetta, visto che per definizione è l’integrazione di elementi opposti. Allo stesso modo non c’è niente di più instabile e imperfetto dell’equilibrio il quale, appena viene raggiunto, è necessario subito cominciare a fare un lavoro durissimo per non perderlo di nuovo. Pensare al funambolo in equilibrio sulla fune aiuta a capire ciò che sto dicendo. Questi allena braccia, gambe, ginocchia, e la propria mente alla concentrazione, e mette tutte queste abilità insieme quando sta per cadere. Comincia a fare movimenti disarmonici e sgraziati, che nulla hanno di perfetto, se non l’intenzione di rimanere in equilibrio.

La guarigione, e quindi la salute, “non è assenza di malattia, ma armonico funzionamento dell’uomo, inteso nella sua unità mente-corpo e inserito nel proprio ambiente” (Frigoli, Cavallari, Ottolenghi, 2007). Comunicare alle persone quanto la salute possa essere definita tale nonostante ci siano dei sintomi fastidiosi nel corpo e delle difficoltà psicologiche nell’affrontare un problema, è un primo passo per aiutarle ad abbandonare la spinta ad essere perfette, almeno nella terapia. Mi piace stabilire insieme ai miei pazienti degli obiettivi “imperfetti” a cui arrivare e poi verificare insieme a loro se e in quale “modo imperfetto” ci siano arrivati.

La guarigione esiste, ed è molto efficace porla come obiettivo finale, arrivandoci con gradualità e dando valore ai propri cambiamenti, piuttosto che alimentare frustrazioni perché non la si può raggiungere immediatamente e perfettamente. La realtà è che non esiste niente di immediato e di perfetto che sia anche autentico e che abbia a che fare con l’essere umano.  La perfezione è una grande bugia che dicono alcuni genitori, e quando li “scopriamo” possiamo imparare a perdonarli e darci finalmente il permesso di vivere una vita imperfetta e felice.

Marina Belleggia

Per approfondire:

Frigoli D., Cavallari G., Ottolenghi D., La psicosomatica. Il significato e il senso della malattia, Xenia Edizioni, 2007

Stewart I., Joines, V., L’Analisi Transazionale. Guida alla psicologia dei rapporti umani, Garzanti, 1990